martedì 5 dicembre 2017

Il punto di vista veterinario. La contaminazione da Pfas negli alimenti: l’anello mancante tra qualità dell’ambiente ed esposizione dell’uomo


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Il punto di vista veterinario. La contaminazione da Pfas negli alimenti: l’anello mancante tra qualità dell’ambiente ed esposizione dell’uomo

I dati prodotti dallo studio sui Pfas in varie matrici alimentari presentati alla stampa il 16 novembre scorso forniscono spunti di approfondimento per la contaminazione ambientale dei suoli agricoli, e per l’apporto di Pfoa da parte di alimenti solidi, di origine animale. Tali elementi non sembra siano stati adeguatamente considerati fino ad ora, dove l’attenzione è stata fondamentalmente rivolta al ruolo delle acque potabili, e all’adozione dei sistemi di depurazione adeguati.

Premessa

La presentazione alla stampa dei risultati analitici su 12 Pfas riscontrati nella cosiddetta area rossa in varie matrici di interesse alimentare è oggetto di grande interesse, specie se correlata alla conoscenza resa disponibile sulla contaminazione della falda da parte di Arpa Veneto, nel corso della Summer School  Assoarpa di Cagliari 27-29  settembre, e più recentemente dalla Regione Veneto e dall’Istituto Superiore di sanità per quanto riguarda lo studio di biomonitoraggio, con particolare riferimento ai residenti nelle area della ex Asl 5 e 6, e indipendentemente dalle Asl ex 5 e 6, nel gruppo di allevatori/agricoltori, nel corso del Convegno nazionale “Ambiente e salute” a Bologna, il 7 e 8 novembre scorso.
Per dare alcune chiavi di lettura dei dati alimentari, sembra opportuno sintetizzare quanto partecipato a Cagliari e a Bologna.

I dati ambientali

A Cagliari Arpa Veneto ha definito in modo tridimensionale e geo-referenziato la contaminazione da Pfas nella falda associata alla pressione industriale della ditta Miteni, e il suo andamento sotterraneo e poi sorgivo. Rispetto all’andamento di tale falda e alla modellizzazione delle dispersioni, tenendo in considerazione i differenti flussi delle acque sotterranee e superficiali, la contaminazione da Pfas rilevata sul territorio è molto più estesa rispetto alla proiezione sulla superficie della area di falda: ciò viene principalmente attribuito ad attività antropiche legate all’agricoltura (irrigazione, fertilizzazione), e alla probabile presenza di altre sorgenti di contaminazione, che ancora non si conosce se siano legate all’attività di produzione dei Pfas. La contaminazione ambientale viene considerata di difficile rimozione, per cui si presume che il problema sarà presente per vari decenni, data la compromissione dell’acquifero indifferenziato, che ha uno spessore di circa 150 metri di ghiaia nella zona “critica”.

Il biomonitoraggio umano

A Bologna, l’illustrazione dei dati di biomonitoraggio ha restituito informazioni sulla presenza significativa di Pfoa nel siero delle persone appartenenti alla zona rossa–esposti, rispetto agli individui delle zone di controllo, con significative differenze nei livelli tra persone appartenenti all’Asl ex 5, alla ex 6, e nel gruppo di allevatori, appartenenti alla cosiddetta area rossa. Gli indicatori statistici evidenziano che il carico corporeo di Pfoa in Asl ex 5 è  tra i più alti descritti nella letteratura internazionale in casi analoghi (vedi studio C8 Ohio/Virginia)  e risulta di un fattore 4-5 più elevato di quello  presente in Asl 6,  che a sua volta differisce significativamente da quello dei gruppi di controllo–non area rossa. In questo contesto, il gruppo di allevatori, indipendentemente dall’appartenenza all’Asl ex 5 o 6, mostra livelli mediani più elevati rispetto al gruppo Asl 5. Questo dato è stato interpretato con la presenza di fattori addizionali all’esposizione a Pfoa rispetto all’acqua, che dalle schede sulle abitudini alimentari raccolte si associa al consumo di vegetali prodotti in loco (cereali, frutta) e di alimenti di origine animale.

I dati alimentari: campionamento ed analisi

Alla luce di questa premessa, i dati scientifici sulla contaminazione degli alimenti  presentati il 16 novembre in conferenza stampa possono essere letti in modo aggregato nel seguente modo, in attesa di una più puntuale ed aperta disponibilità del dato grezzo, di come sia stato prodotto, e di come sia stato elaborato.

La rappresentatività dei  campioni si evince calcolata sulla base di una assunta distribuzione binomiale delle frequenze di contaminazione e della relativa deviazione standard: “Per le matrici non considerate nel precedente campionamento, la numerosità campionaria è stata determinata con lo scopo di stimare la contaminazione media con una precisione pari al 25% della deviazione standard in valore assoluto e una confidenza del 95%”. Tale approccio non è consueto per i contaminanti ambientali persistenti, in cui i descrittori statistici da prendere in considerazione sono oltre la media (meglio geometrica),  la mediana e i vari percentili/interquartili, in virtù delle distribuzione di frequenza asimmetriche, e nel caso, la deviazione assoluta intorno alla mediana. Tali frequenze di distribuzione poi risultano molto differenti tra alimento e alimento, e con profonde differenze ad esempio tra Pfos e Pfoa nelle matrici animali e vegetali.  Questo può avere portato ad una riduzione del numero di campioni, numerosità richiesta per descrivere in modo robusto le alte contaminazioni (alti percentili), che sono estremamente utili per capire sia i dati di biomonitoraggio nel gruppo “allevatori”, sia la presenza di possibili fonti di inquinamento secondarie, segnalato da Arpaveneto.
Il campionamento diretto degli alimenti consumati da tale gruppo allevatori sarebbe probabilmente stato la via maestra, in un quadro di one health, e avrebbe dato peso alle evidenze già acquisite e in parte ovviato alle ristrette numerosità campionarie considerate.
In particolare, appaiono oltremodo critiche le numerosità campionarie per la verdura in foglia, da ritenersi più suscettibile per la contaminazione a Pfas a corta catena. In questo senso, appare meritevole approfondire i riscontri di Pfoa nel mais, a fronte delle mancate rilevazioni di Pfas a corta catena. Questo dato può trovare una spiegazione non nella contaminazione delle acque, ma in quella del terreno, capace di trattenere più efficacemente i Pfas a catena medio-lunga. Questo aspetto viene approfondito in seguito.
I metodi analitici utilizzati non appaiono completamente in linea con lo stato dell’arte sotto alcuni aspetti: a) la correlazione ai consumi della derrata alimentare (gli alimenti più consumati, quali quelli di origine vegetali dovrebbero avere livelli di rilevabilità analitica più performanti: un alimento molto consumato ma poco contaminato può dare apporti equivalenti ad un alimento molto contaminato ma poco consumato); b) l’orientamento, come ad esempio nel caso delle acque potabili, di sommare tra di loro le contaminazioni di Pfas che possono riconoscere la stessa via per determinare l’effetto tossico, che sta portando a rivedere al ribasso i limiti di performance; c) la qualità delle apparecchiature analitiche disponibili presso i laboratori che può permettere livelli prestazionali analitici di garanzia per limitare il numero di campioni con risultati non quantificati; d) la revisione al forte ribasso dei valori guida per le esposizioni alimentari umane, da 1500 ng/kg/giorno per il Pfoa (Efsa 2008) ai 20 ng/kg/giorno della Agenzia Statunitense per l’Ambiente (Us-Epa, 2016).

Da ultimo, nello studio sono stati considerati 12 Pfas in campo alimentare; i rappresentanti Efsa hanno segnalato di considerare 18 Pfas per cui sono disponibili informazioni tossicologiche sufficienti per derivare valori guida per l’esposizione alimentare umana, sia per la possibile tossicità associata, sia perché alcuni PFAS non ricercati sono importanti precursori di Pfos e Pfoa, e dei Pfas a catena corta. Chi sta sul territorio conosce i problemi legati all’abbattimento dei Pfas dagli scarichi industriali, dove in seguito a fermentazioni/ossidazione dei reflui in entrata al depuratore aziendale, si generano concentrazioni di alcuni Pfas più elevate nei reflui in uscita. Un tale approccio sarebbe stato interessante applicarlo ai vini, ottenuti dalla fermentazione delle uve da tavola, possibilmente conoscendo i Pfas precursori prodotti ed utilizzati sul territorio. La liberazione di Pfos e Pfoa da precursori può riguardare anche l’ambito intestinale e contribuire a spiegare i dati di biomonitoraggio umano e animale rispetto alle esposizioni ambientali/alimentari. (nella tabella Epa i Pfas da ricercare)

I dati alimentari spiegano l’esposizione umana?

Nel pesce di cattura da acque dolci, i livelli di contaminazione da Pfos erano ampiamente attesi, specie quando riferiti ai predatori.  Il consumo di tali specie è di solito ristretto a gruppi che appare non incluso nello studio di biomonitoraggio e che vivono di sussistenza anche per le abitudini alimentari etniche, in cui sarebbe lecito attendersi livelli elevati di Pfos nel sangue.
Per contro, non appaiono decisive le contaminazioni per Pfoa nei vegetali per spiegare i dati di biomonitoraggio-allevatori, fatta salva la prestazione dei metodi analitici. In particolare nei vegetali,  sembra trovare riscontro parziale riscontro quanto segnalato da Arpa veneto riguardo una estensione della contaminazione da Pfas rispetto alla falda dovuta a pratiche agricole, e soprattutto, la attesa maggiore presenza di Pfas a catena corta, dotati di maggiore mobilità rispetto al Pfoa, e quindi più efficaci nel passaggio dalla matrice suolo a quella vegetale, attraverso l’assorbimento radicale.
Il discorso delle positività nei maiali – muscolo/fegato a Pfoa e in secondo ordine delle uova può essere l’aspetto veramente interessante, che può sottolineare come la contaminazione sia tuttora presente e insista in modo importante in ambiente zootecnico, anche per fattori non legati all’acqua: questo per la durata abbastanza contenuta della vita zootecnica degli animali che riduce il tempo di esposizione/bioaccumulo, per il contatto prolungato in atteggiamento esplorativo (grufolamento, razzolamento) con il terreno alla ricerca di una risorsa alimentare, e per la possibile alimentazione zootecnica  a base di mais aziendale (contaminato).
Questo dato sposta quindi l’attenzione dal fattore acqua al fattore suolo, laddove il Carbonio organico presente nel’humus del suolo superficiale è in grado di concentrare di circa 1000 volte Pfos e Pfoa presenti nelle acque di irrigazione e meteoriche, laddove l’apporto non provenga da ammendanti compostati da fanghi di depurazione. In un terreno al 3% di Carbonio organico irrigato con acqua contenente Pfoa a 500 ng/L, ci si aspettano concentrazioni di 15 ng/g, ordine di grandezza compatibile con la rilevata contaminazione nel mais, tenendo presente i fattori di trasferimento.
In particolare risulta interessante osservare come il Pfos, a più elevato bioaccumulo rispetto al Pfoa, spunti concentrazioni inferiori. Questo dato è in controtendenza rispetto alla letteratura internazionale, e non trova nemmeno riscontro nei dati disponibili sulla selvaggina – cinghiale, dove nel muscolo sono riportati valori mediani e massimi per il Pfoa (2.75–15.9 ng/g) simili a quelli del  Pfos (2.47–12.8 ng/g), mentre nel fegato il Pfoa (6.7-39 ng/g) risulta presente a concentrazioni circa 10 volte inferiori (Pfos 95–397 ng/g).

In tale contesto, viene a mancare il dato relativo alla selvaggina – cinghiale, peraltro segnalata nelle schede di rilevazione dei consumi alimentari degli allevatori come possibile fattore da associare ai livelli ematici di Pfoa/Pfas. La presenza di una importante popolazione di ungulati, la adozione di abbattimenti di pubblica utilità, la presenza sul territorio di centri per la macellazione della selvaggina non dovrebbero avere costituito degli ostacoli per considerare non fattibile tale campionamento ed analisi, anche alla luce delle evidenze della letteratura internazionale. Inoltre tale animale costituisce di fatto una ottima sentinella ambientale, su cui ad esempio orientare le attività sia ambientali che alimentari per rilevare potenziali sorgenti secondarie di contaminazione.

La valutazione e caratterizzazione del rischio: non solo acqua?

La Regione Veneto recentemente ha inteso adottare per le acque potabili limiti per Pfoa molto più restrittivi rispetto a quelli proposti dall’Istituto Superiore di sanità nel 2014 (500 ng/L). Tali nuovi livelli di performance sono in linea con quelli statunitensi che sono stati proposti sulla base di un valore guida per esposizione umana pari a 20 ng/kg/ giorno già ricordato in avanti.
Considerando il gruppo allevatori/agricoltori sembra più opportuno esaminare in chiave conservativa il consumo alimentare quasi esclusivo della derrata prodotta in loco (la macellazione familiare del maiale) e i consumi alimentari medi. A livello di consumo familiare appare limitativo considerare un livello medio di contaminazione e risulta abbastanza improbabile che un individuo sia contemporaneamente un forte consumatore di uova, fegato, carne, pesce.
Considerando quindi le contaminazioni più elevate riscontrate (fatta salva la robustezza statistica degli alti percentili), e i consumi medi del database Inran Scai riferiti alle sole persone adulte che effettivamente consumano la derrata, per individui di 63 kg si otterrebbero solo per il consumo di mais e prodotti a base di mais, fegato e carni suine (compresi prosciutti, salami e salsicce), uova, esposizioni alimentari di 55 ng/kg giorno di  Pfoa. Tale esposizione troverebbe una equivalenza in una contaminazione di acqua potabile pari a 1700 ng/L di Pfoa per un consumo di 2 L/persona/giorno (Us-Epa pone un consumo di 1,4 L), e risulta superiore ai livelli guida per esposizioni umane statunitensi di un fattore di circa 2, che laddove venisse inclusa anche l’acqua potabile, aumenterebbe fino a 3 per un livello di performance a 500 ng/L.

Considerazioni finali

I dati prodotti dallo studio presentato alla stampa forniscono spunti di approfondimento per la contaminazione ambientale dei suoli agricoli, e per l’apporto di Pfoa da parte di alimenti solidi, di origine animale. Tali elementi non sembrano siano stati adeguatamente considerati fino ad ora, dove l’attenzione è stata fondamentalmente rivolta al ruolo delle acque potabili, e all’adozione dei sistemi di depurazione adeguati.
A questo punto appare dirimente conoscere l’annunciata opinione Efsa sui Pfas, per meglio interpretare i risultati prodotti dallo studio Iss-Izs Venezie–Arpa Veneto sugli alimenti, risultati che si auspica siano resi disponibili in modalità aperta. Questo può essere un utile confronto per tutto il mondo agricolo produttivo che già si è preoccupato di eseguire analisi in autocontrollo per la presenza di Pfas presso laboratori privati, e che rivendica la genuinità delle proprie produzioni e la applicazione delle buone pratiche agricole, anche se non si può escludere che sia tra le categorie più esposte.
A cura redazione del Sivemp Veneto – 21 novembre 2017

mercoledì 29 novembre 2017

27-10-2017 I carabinieri Noe all’Ecomafie: «Il carotaggio è insufficiente»


La commissione bicamerale Ecomafie in sopralluogo alla Miteni
La commissione bicamerale Ecomafie in sopralluogo alla Miteni
I controlli in corso nel sito della Miteni - l’azienda chimica di Trissino, Vicenza, che secondo Arpav e Regione è la principale responsabile dell’inquinamento da Pfas – destano notevoli perplessità sugli uomini del Noe, che stanno svolgendo l’attività ispettiva per conto dei magistrati. La cosa, che non può certo definirsi di poco conto visto che mette in luce l’esistenza di verifiche insufficienti sullo stato dell’inquinamento del terreno, emerge dai verbali dell’audizione compiuta dalla commissione parlamentare d’inchiesta sulle Ecomafie il 14 settembre a Vicenza e pubblicati in questi giorni.
Questi verbali raccontano quanto è stato affermato, per la parte non secretata, dal comandante del Nucelo operativo ecologico dei carabinieri di Treviso Massimo Soggiu e dall’addetto dello stesso Noe Manuel Tagliaferri, ovvero da coloro che, su mandato della Procura di Vicenza, stanno conducendo le indagini.
Sul tema del piano di caratterizzazione che è in corso nell’ambito del procedimento di bonifica di cui è responsabile il Comune di Trissino e che viene portato avanti da azienda e Arpav, Tagliaferri solleva diversi dubbi. «Si sono focalizzati sull’ex-area vasche», che «viene indagata con una maglia fitta e corretta», però quest’area «corrisponde solo al 10 per cento dell’intera superficie dello stabilimento».
Nel restante 90 per cento, secondo il rappresentante dei Noe, i controlli in profondità con carotaggi vengono effettuati creando quadrati di 50 metri di lato con un quinto buco al centro. Inoltre il piano prevede che i controlli vengano fatti solo dove è tecnicamente possibile. «Considerato che per il 90 per cento viene adottata una maglia larga e che gran parte della superficie è occupata dagli impianti, alla fine non so quanto verrà fatto di caratterizzazione», dice Tagliaferri.
Tagliaferri riferisce che è all’esterno dell’area oggetto dei maggiori controlli, esattamente a monte di essa, che «c’è l’inquinamento più forte, il 75 per cento del totale», ma dice anche che sia il sindaco di Trissino Davide Faccio che l’assessore regionale all’Ambiente Gianpaolo Bottacin avevano chiesto di effettuare indagini con una maglia più stretta, attraverso note ufficiali che però non hanno ancora sortito effetti.
La questione del piano di caratterizzazione, in merito alla quale erano intervenuti i gruppi no-Pfas, è emersa anche nel corso dell’audizione della commissione regionale d’inchiesta sugli Pfas del Consiglio regionale, che si è svolta martedì. In quella sede sono stati sentiti il presidente di Miteni, l’irlandese Bryan Antony Mc-Glynn, e il direttore tecnico Davide Drusian. In commissione, secondo quanto riferiscono alcuni componenti, sarebbe emerso per giunta che nella parte Nord del sito produttivo non sarebbe possibile effettuare i carotaggi, perché le macchine non possono arrivarvi.
Tornando al verbale dell’audizione dei Noe in commissione Ecomafie, affermazioni interessanti si trovano per quanto riguarda la stessa Miteni. «Secondo le informazioni ufficiali... hanno interrotto la produzione di Pfoa, quindi di Pfas a catena lunga, nel 2011; in realtà un documento ufficiale di Miteni trasmesso alla Provincia... afferma che la produzione di Pfoa... è stata interrotta nel 2013», afferma Tagliaferri. A inquinare la questione Pfas, insomma, ci sarebbero anche dichiarazioni tutte da verificare.
Secondo il comandante Soggiu, già dal 2004 o dal 2005 «Miteni sapeva benissimo che c’era un inquinamento in atto» e per questo aveva posato una barriera. «Lo si faceva passare come emungimento dei pozzi, ma in realtà ciò avveniva perché c’era questo tipo di problematica», continua Soggiu. Il comandnate del Noe contesta poi l’affermazione dell’attuale proprietà dell’azienda chimica, che è subentrata a Mitsubishi il 5 febbraio 2009, secondo la quale la nuova proprietà non sapeva nulla della contaminazione. «Al momento abbiamo qualche riscontro che non sia proprio così», dice facendo riferimento al ritrovamento di alcune e-mail di cui poi nel verbale non viene riportato il contenuto. «Ci sono delle indagini e abbiamo fatto ulteriori proposte di iscrizione di altri soggetti nel registro degli indagati» e «abbiamo fatto richiesta di altre indagini e attività che sono al vaglio della magistratura», aggiunge Soggiu. Mentre Tagliaferri sottolina gli elementi di continuità fra la precedente e l’attuale proprietà: da McGlynn, che è in Miteni dal 2007, a Drusian, che vi lavora dal 2003.
Luca Fiorin

domenica 26 novembre 2017

24-10-2017 Comunicato stampa Mamme No Pfas, i Genitori della Zona Rossa e il Coordinamento acqua libera dai Pfas

«Rendere noti
i valori rilevati nei pozzi»

Le Mamme No Pfas, i Genitori della Zona Rossa e il Coordinamento acqua libera dai Pfas replicano alle dichiarazioni della Miteni secondo le quali l’azienda di Trissino filtra completamente le acque industriali e rispetta i limiti di scarico fissati dalla legge. «Ci si è concentrati su Miteni da sempre, ma la realtà siamo convinti sia ben diversa. Da sei anni - aveva precisato Miteni - non produciamo più Pfos e Pfoa eppure la concentrazione nel territorio non diminuisce». I comitati però rinnovano la richiesta di «fatti concreti, impegni e date». «Vogliamo conoscere i risultati delle analisi sui pozzi di controllo all’interno e all’esterno dell’azienda, com’è nostro diritto per legge. Troppe cose ci sono state nascoste da 40

Petizione #bastapfas, consegnate a Zaia 14.754 firme di cittadini



Petizione #bastapfas, consegnate a Zaia 14.754 firme di cittadini veneti Legambiente e Coordinamento Acque Libere da Pfas scrivono a ministri Galletti e Lorenzin

Corriere del Veneto 27 ottobre 2017 : Mamme no Pfas al ministero. Galletti: «Fermi gli 80 milioni del Piano acquedotti perchè mancano le carte». La Regione: «Ma se abbiamo mandato tutto»


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Mamme no Pfas al ministero. Galletti: «Fermi gli 80 milioni del Piano acquedotti perchè mancano le carte». La Regione: «Ma se abbiamo mandato tutto»

Andrea Alba. Corto circuito fra governo e Regione sul progetto dei nuovi acquedotti per portare acqua libera da Pfas nell’Ovest Vicentino. A Roma i comitati dei genitori di Lonigo mercoledì hanno incontrato il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti. «Abbiamo appurato che dalla Regione sono state inviate solo idee progettuali prive di piano finanziario. Le abbiamo visionate», è la critica alla giunta Zaia delle Mamme No Pfas. Replica duro l’assessore veneto all’Ambiente, Gianpaolo Bottacin: «E’ un’affermazione di gravità inaudita. O non è corretta, oppure qualcuno sta nascondendo delle carte».
La delegazione dei «genitori attivi» della zona rossa — l’area fra Lonigo e le province di Padova e Verona dove la falda è più contaminata dai composti perfluoro-alchilici — è riuscita anche grazie alle parlamentari del Pd Laura Puppato e Alessia Rotta a ottenere un faccia a faccia con Galletti. Ad attenderli, assieme al ministro, c’erano il direttore generale della sezione Salvaguardia Territorio, Gaia Checcucci e il dirigente della Divisione ministeriale Risorse idriche, Francesco Gigliani. «Abbiamo discusso — spiegano dal comitato — della priorità di abbassare i limiti degli sversamenti dalle aziende, del collettore Arica nel Fratta Gorzone, della bonifica Miteni, della salute compromessa della popolazione». Tra gli argomenti anche la «contaminazione delle matrici alimentari, del comparto zootecnico e agricolo a rischio, dell’abbassamento dei limiti di legge sulla concentrazione di Pfas nelle acque sotterranee». Ma soprattutto a Galletti i comitati hanno chiesto lumi sugli 80 milioni di euro promessi dal governio al Veneto per le nuove condotte. «Ci hanno fatto vedere delle tavole con le linee di approvvigionamento teoriche arrivate dalla Regione a settembre — rivela l’avvocato Edoardo Bortolotto di «Medicina Democratica», presente allì’incontro —. Secondo Galletti per ora non c’è altro e su questo il ministero può dare solo un giudizio di massima. Perché parta il finanziamento di 80 milioni serve un progetto più dettagliato, in cui ci siano anche il piano finanziario e la quota di compartecipazione regionale. Urgono chiarimenti, perché il progetto non è ancora stato perfezionato?». Sul tema interviene la Puppato: «I fondi per il ripristino sono stati stanziati, ma Palazzo Balbi si sta muovendo davvero troppo lentamente».
La risposta da Venezia non si fa attendere. «Ritengo gravissimo — dichiara Bottacin — che ancora una volta vengano fatte circolare notizie oggettivamente prive di fondamento. La Regione ha inviato la documentazione completa corredata da una corposa relazione tecnica, contenente anche gli elaborati grafici, che descrive gli interventi, per la precisione 19, individuando per ognuno descrizione, lunghezza, diametro, portata, costi, tempi, priorità. Il ministero ha in mano da tempo il piano definitivo degli interventi, con l’indicazione dei cronoprogrammi di attuazione e la determinazione dei relativi costi. Anzi, ha ricevuto anche elaborati grafici e relazione tecnica. Faccio presente — aggiunge l’assessore — che il ministero non ha mai formalmente chiesto i “progetti”, che comunque abbiamo mandato di nostra iniziativa». Bottacin precisa anche di aver chiesto invano la gestione commissariale e che i fondi sono ancora bloccati al ministero delle Finanze. «Ci diano quindi i soldi subito o ci diano l’autonomia. A quel punto potremmo sostituirci al governo avendo gli strumenti per farlo», conclude l’esponente leghista della giunta Zaia
Il Corriere del Veneto – 27 ottobre 2017

domenica 19 novembre 2017

Audizione in Commissione ecomafie del ministro dell'ambiente Galletti

Resoconti stenografici delle audizioni

XVII Legislatura

Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti

Resoconto stenografico


Seduta n. 196 di Martedì 31 ottobre 2017
Bozza non corretta

INDICE
Sulla pubblicità dei lavori:
Bratti Alessandro , Presidente ... 2 
Audizione del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, Gianluca Galletti:
Bratti Alessandro , Presidente ... 2
Galletti Gian Luca , Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ... 3
Bratti Alessandro , Presidente ... 16
Zolezzi Alberto (M5S)  ... 16
Puppato Laura  ... 17
Orellana Luis Alberto  ... 18
Bratti Alessandro , Presidente ... 19
Galletti Gian Luca , Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ... 19
Puppato Laura  ... 20
Galletti Gian Luca , Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ... 20
Puppato Laura  ... 20
Galletti Gian Luca , Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ... 20
Puppato Laura  ... 21
Galletti Gian Luca , Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ... 21
Bratti Alessandro , Presidente ... 21  ... 21
Testo del resoconto stenografico
Pag. 2
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE
ALESSANDRO BRATTI
  La seduta comincia alle 14.10.
Sulla pubblicità dei lavori.
  PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche mediante l'attivazione del sistema audiovisivo a circuito chiuso.
(Così rimane stabilito).
Audizione del Ministro dell'ambiente e della tutela
del territorio e del mare, Gianluca Galletti.
  PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, Gianluca Galletti, accompagnato dal dottor Davide Russo, dal dottor Massimo Nardini, dal dottor Sebastiano Conti Nibali e dalla dottoressa Carolina Sciomer.
  L'audizione avrà a oggetto principalmente le problematiche connesse al ciclo dei rifiuti della regione Veneto, con particolare riferimento alla situazione di criticità che sta interessando larghe fasce di popolazione residente con riferimento all'inquinamento di sostanze perfluoroalchiliche.
  Ricordo che in data 27 settembre 2017 la Commissione ha ascoltato sul medesimo tema anche la dottoressa Gaia Checcucci, direttore generale per la salvaguardia del territorio e delle acque del Ministero dell'ambiente.
  Ricordo inoltre che la Commissione si occupa di illeciti ambientali relativi al ciclo dei rifiuti, ma anche dei reati contro la pubblica amministrazione e dei reati associativi connessi al Pag. 3ciclo dei rifiuti, alle bonifiche e al ciclo di depurazione delle acque.
  Avverto infine i nostri ospiti che della presente audizione sarà redatto un resoconto stenografico e che, facendone espressa e motivata richiesta, in particolare in presenza di fatti illeciti sui quali siano in corso indagini tuttora coperte da segreto, consentendo la Commissione, i lavori proseguiranno in seduta segreta, invitando comunque a rinviare eventuali interventi di natura riservata alla parte finale seduta.
  Signor ministro, noi abbiamo già steso una relazione qualche mese fa. Alla luce delle nuove indagini effettuate dai Carabinieri, soprattutto dai NOE, di cui la procura è venuta a conoscenza e per cui si è attivata, abbiamo fatto un ulteriore sopralluogo con una serie di verifiche e acquisendo una serie di elementi.
  Sappiamo che sono in corso indagini importanti anche per verificare le responsabilità dell'inquinamento. Per chiudere l'aggiornamento, avevamo bisogno di fare un'ultima verifica sia con lei, come Ministro dell'ambiente, sia con il Ministro Lorenzin, che ascolteremo nelle prossime settimane, dopodiché avremo concluso il nostro lavoro. Forse avremmo anche piacere di dare un piccolo suggerimento su una certa situazione.
  Le cederei la parola perché ci illustrasse la situazione dal punto di vista del Ministero dell'ambiente. Alle 15 tutti dobbiamo concludere i nostri lavori, perché il Senato inizia. Se non riusciremo ad andare a fondo delle questioni, vedremo eventualmente di capire se ci saranno da fare ulteriori approfondimenti o tramite via epistolare o lasciandoci lei il documento.
  GIAN LUCA GALLETTI, Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. Se siete d'accordo, vista la ristrettezza dei tempi che abbiamo a disposizione, salterò la lettura di alcune parti, sperando che la relazione mantenga una sua Pag. 4unicità e una sua scorrevolezza. Chiaramente, lascio agli atti la relazione completa. Ne potrete prendere atto dopo la seduta di oggi.
  Vi ringrazio, innanzitutto, per quest'occasione, che mi consente di fare il punto anche in questa sede sulla preoccupante questione del potenziale impatto dei PFAS sia sull'ambiente sia sull'uomo.
  A questo punto, salto una parte importante di premessa, che è la storia del PFAS, che immagino già conoscerete, cioè come siamo arrivati nel corso del tempo, a partire dagli anni Cinquanta, alla consapevolezza della portata del problema che dobbiamo affrontare.
  A livello nazionale, nel 2013, a seguito della prima segnalazione della presenza delle sostanze PFAS nelle matrici ambientali nell'area del vicentino, il Ministero dell'ambiente ha istituito un gruppo tecnico di lavoro per i necessari approfondimenti della situazione di contaminazione da PFAS nelle acque sotterranee e superficiali.
  In tale gruppo di lavoro, tuttora operativo sotto il coordinamento del mio ministero, sono presenti gli esperti dell'Istituto superiore di sanità, dell'IRSA, del CNR, dell'Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale (ISPRA).
  Il gruppo di lavoro aveva in origine anche il mandato di definire per i PFAS gli standard di qualità ambientale per i corpi idrici superficiali e per i valori soglia per la valutazione dello stato chimico delle acque sotterranee, entrambi da inserire, rispettivamente, nello specifico allegato del codice dell'ambiente in attuazione delle direttive comunitarie e nell'allegato del decreto legislativo n. 30 del 2009.
  A seguito delle risultanze delle attività del gruppo tecnico di lavoro, con decreto legislativo n. 172 del 2015 sono stati definiti gli standard di qualità ambientale per le sostanze prioritarie Pag. 5nelle acque superficiali, ivi inclusi alcuni composti perfluorurati. Avrò sempre difficoltà a pronunciare questa parola, mi scuserete.
  Con decreto ministeriale 6 luglio 2016 sono stati individuati i valori soglia per la definizione del buono stato chimico delle acque sotterranee, tra cui i valori soglia di alcuni composti perfluorurati.
  Salterei il pezzo in cui diamo atto di tutto il lavoro che abbiamo svolto.
  In data 17 ottobre 2016, l'Ispra ha comunicato che solo quattro regioni (Veneto, Lombardia, Piemonte e Lazio) hanno predisposto programmi di monitoraggio per i PFAS. A inizio 2017, il ministero ha sollecitato le regioni alla predisposizione dei piani di monitoraggio dei composti PFAS nelle acque superficiali e sotterranee e negli scarichi, e ad assumere tutte le iniziative di competenza volte a controllare i corpi idrici.
  Nella parte che non ho letto si dava atto che abbiamo formato un gruppo di lavoro ulteriore, che ha dato mandato a tutte le regioni di fare al loro interno delle linee guida.
  Attualmente, oltre alle predette regioni, hanno predisposto programmi di monitoraggio per i PFAS: Friuli-Venezia Giulia, Umbria, Valle d'Aosta, la provincia autonoma di Bolzano, Puglia, Emilia-Romagna e la provincia autonoma di Trento.
  Con specifico riferimento alle problematiche riscontrate nelle province venete, si ritiene opportuno inoltre segnalare che l'Istituto superiore di sanità, operando in costante coordinamento con il Ministero della salute, ha coadiuvato e sorvegliato costantemente le misure di analisi e mitigazione di rischio di contaminazione causato proprio dalle sostanze PFAS in Veneto e redatto una prima nota informativa (parere del 7 giugno 2013) finalizzata ad attivare molteplici azioni multidisciplinari orientate a garantire la mitigazione sostanziale di ogni esposizione a Pag. 6PFAS della popolazione e di valutare eventuali effetti sulla salute dovuti a esposizioni pregresse.
  Qui riporto tutta l'attività svolta dal Ministero della salute, che a questo punto salterei, pensando che farà parte della relazione che il Ministro della salute verrà a illustrare nella vostra Commissione nella prossima seduta. Resta comunque agli atti una storia ricostruita dal mio ministero.
  Andrei immediatamente al focus regionale (abbiamo già saltato dieci pagine, per vostra comunicazione). Negli anni Settanta, l'Unione europea ha emanato direttive rivolte a tutelare l'acqua dall'inquinamento attraverso la definizione esclusiva dei limiti allo scarico. La direttiva europea, n. 60 del 2000, ha compiuto una rivoluzione sovvertendo tale impostazione e spostando l'attenzione dagli scarichi alla tutela dei corpi idrici recettori. Ha dunque adottato un approccio che valuta unitamente i limiti agli scarichi e l'effettiva qualità dei corpi idrici risultato dalle pressioni e dagli impatti che su di esso insistono.
  Per questo motivo le regioni, in base allo spirito della direttiva quadro sulle acque, sono chiamate a valutare le pressioni e gli impatti che si esercitano nel proprio territorio sui corpi idrici e sulla base degli esiti di tale analisi definiscono combinazioni di misura di tutela idonee, disciplinando per esempio, nelle autorizzazioni allo scarico, specifici limiti e sostanze non contemplate nell'ordinamento europeo o nazionale.
  Questo è importante. È stato anche oggetto, più che di polemica, di cattiva interpretazione. Il mio ministero non può dare un valore certo e assoluto, perché da zona a zona, soprattutto da regione a regione, la pressione sul corpo idrico cambia in relazione alle sostanze contaminanti presenti. In una zona possono essere presenti più sostanze contaminanti, in un'altra meno. A quel punto, i limiti vanno calibrati anche in Pag. 7base alla presenza delle sostanze contaminanti. È un combinato disposto delle sostanze. Il Ministero della salute, invece, può dare un valore unitario, perché quello o fa male o non fa male, per intenderci.
  L'evidenza di una situazione di potenziale pericolo ecologico e sanitario nel bacino del fiume Po ha portato, nel 2011, alla stipula di una convenzione tra il Ministero dell'ambiente, l'Istituto di ricerca sulle acque e il CNR per la realizzazione di uno studio sperimentale su potenziali inquinanti emergenti e sul rischio ambientale e sanitario associato alla contaminazione da queste sostanze nel bacino del Po e nei principali bacini italiani.
  Tale studio nel maggio 2013 è stato condiviso con il Ministero della salute e con l'Istituto superiore di sanità, oltre che notificato all'Arpa Veneto e alla provincia di Vicenza al fine di coinvolgere fin da subito il territorio.
  A far data dalla nota del Ministero dell'ambiente del 29 maggio 2013, indirizzata a una pluralità di amministrazioni centrali e periferiche, veniva richiesto di effettuare gli accertamenti necessari all'individuazione delle fonti di immissione delle sostanze perfluoroalchiliche e all'attivazione delle conseguenti iniziative di tutela delle acque. Da ciò traeva avvio una fitta interlocuzione tra la regione Veneto e tutte le amministrazioni competenti allo scopo di individuare un percorso condiviso e coordinato di prevenzione e tutela.
  La regione ad agosto 2013 ha istituito una commissione tecnica interdisciplinare, costituita da rappresentanti della regione e da altri enti coinvolti, con lo scopo di valutare diversi profili della questione e di formulare proposte alle autorità competenti in ordine alle ulteriori azioni da adottare per la prevenzione e la tutela della salute pubblica. La predetta Pag. 8commissione tecnica PFAS è stata assorbita, a giugno 2017, nella commissione ambiente e salute.
  Il Ministero dell'ambiente ha espletato le proprie funzioni di indirizzo e di supporto alla regione Veneto, nell'ambito della specifica situazione di contaminazione delle acque da PFAS, anche attraverso la costituzione del già richiamato gruppo di lavoro tecnico istituito nel 2013.
  Il gruppo di lavoro, dopo aver definito nel 2016 sia gli standard di qualità ambientali sia i valori soglia per cui era stato inizialmente istituito, per scelta del ministero è andato oltre l'originario mandato costitutivo e ha fornito gli elementi di natura tecnica e il supporto necessario alla definizione del cronoprogramma di azione, che la regione Veneto ha messo in campo per fronteggiare il problema della contaminazione da PFAS.
  In parallelo, con l'attività di supporto tecnico-scientifico, dall'inizio del 2016 il mio ministero ha riassunto un ruolo proattivo nella governance in accordo di programma con la regione Veneto, con gli enti territoriali e le associazioni industriali, sottoscritto nel 2005, finalizzato alla realizzazione delle condizioni per il riequilibrio del bilancio idrico del distretto vicentino della concia anche attraverso interventi del settore acquedottistico, fognario e depurativo.
  Nell'ambito di tale accordo, il Ministero dell'ambiente ha compiuto la scelta di lasciare le risorse ministeriali, ammontanti a 23 milioni di euro, fino a oggi non ancora spesi, 10 dei quali da destinare al settore conciario. Praticamente, nel 2005, con l'accordo di programma, erano stati destinati 30 milioni: 7 sono stati spesi e ne erano rimasti 23. Nel 2016, abbiamo rifatto l'accordo di programma e questi 23 milioni, invece che toglierli perché non spesi, li abbiamo ridestinati al fine della tutela dei Pag. 9corpi idrici, con destinazione anche al trattamento sui PFAS, che quindi abbiamo aggiunto rispetto a prima.
  Tenendo conto del nuovo quadro conoscitivo e dei nuovi obiettivi strategici risultanti dal piano di gestione delle acque del 2016, sotto la guida del Ministero dell'ambiente è stato inoltre messo a punto un testo di accordo innovativo, che conferma la volontà di mantenere gli impegni finanziari assunti in coerenza con gli obiettivi individuati. Il ministero vi si impegna a reperire ulteriori risorse per il perseguimento degli obiettivi legati alla problematica dei PFAS, obiettivi – lo si ricorda – prima non previsti all'interno del precedente accordo, ma che trovano la loro evidenza nell'accordo innovativo, a dimostrazione della centralità attribuita dal Governo a quest'emergenza. Tale accordo è stato formalizzato il 6 luglio 2017.
  Nel comitato di sorveglianza dell'accordo, tenutosi il 25 settembre scorso, il Ministero dell'ambiente ha avviato una prima interlocuzione per gli adempimenti previsti dall'articolo 3 dell'accordo in parola, utilizzo di 13 milioni, sulla base di un elenco trasmesso in quella sede dalla regione. Sempre in occasione del comitato, è stato formalizzato il progetto preliminare e di fattibilità di Veneto Acque, riguardanti l'approvvigionamento da fonti alternative per la soluzione della problematica dei PFAS.
  Si ricorda inoltre che, in coerenza con gli impegni assunti dal ministero, saranno destinate a tale riguardo risorse per l'importo di 80 milioni, a valere sul «fondone», di cui all'articolo 1, comma 140, della legge n. 232 del 2016, già ripartite con il DPCM 21 luglio 2017. Per intenderci, gli 80 milioni, che erano nel fondone, sono stati ripartiti con un DPCM, e 80 milioni sono destinati alla regione Veneto per la questione dei PFAS. Non vorrei che su questo ci fossero delle cattive interpretazioni. Pag. 10 Gli 80 milioni sono contenuti in un DPCM e destinati per quell'obiettivo alla regione Veneto.
  Non appena sarà conclusa l'istruttoria tecnica relativa alla fattibilità del progetto, che, per essere finanziato non può essere preliminare, ma definitivo, e sarà chiara la concorrenza delle risorse regionali per far fronte al quadro economico – questa è la quota del ministero, ma ci dovrà essere anche una quota della regione – si potrà procedere alla sottoscrizione dell'accordo attuativo per rendere operativi gli interventi.
  Occorre inoltre evidenziare che, tra luglio 2015 e aprile 2016, con il coordinamento dell'Istituto superiore di sanità è stato condotto uno studio esplorativo di biomonitoraggio per valutare le concentrazioni del PFAS nel sangue delle persone residenti in alcune aree soggette all'inquinamento.
  Qui vi riporto tutte le risultanze di questo studio. Sono interessanti. Vi consiglierei di guardarle. Penso, però, che siano più oggetto della valutazione che farete con il Ministero della salute. Se siete d'accordo, andrei direttamente all'altra questione importante di oggi, quella dei NOE.
  In seguito alla più volte richiamata ricerca sperimentale sulla presenza di PFAS svolta nel 2013, l'Arpa Veneto ha individuato la principale area di contaminazione nella provincia di Vicenza. Ha successivamente esteso il controllo a tutto il territorio regionale attraverso le reti di monitoraggio delle acque sotterranee e superficiali nonché, in stretto coordinamento con la regione del Veneto e l'Istituto superiore di sanità, ad altre matrici ambientali, quali acque marine e lagunari, fanghi e alimenti.
  A seguito di tale studio, l'Arpav rilevava un inquinamento sia delle acque di falda sotterranea sia di quelle superficiali in un territorio più vasto compreso nei comuni delle province di Vicenza, Verona e Padova, interessati da PFAS non solo nel Pag. 11corpo idrico di falda, ma anche nelle condotte di acqua potabile, che nella provincia di Verona servono il comune di Arcole, Veronella, Zimella, Pressana, Rovereto, Albaredo d'Adige e Cologna Veneta, in quanto dette condotte attingono alla falda sita nel comune di Lonigo.
  Le autorità regionali procedevano a mettere in sicurezza l'acqua potabile della zona interessata tramite l'utilizzo di filtri di carboni attivi già nel 2013.
  L'analisi sul sistema degli scarichi fognari del territorio interessato ha messo in evidenza che le concentrazioni più alte provenivano dal depuratore di Trissino. Tra le principali fonti da cui avevano origine le quantità di PFAS scaricate in fognatura, vi era proprio l'azienda chimica Miteni Spa, posta nel comune di Trissino.
  La Miteni opera dietro autorizzazione integrata ambientale da parte della regione Veneto, che ha autorizzato la produzione di determinate sostanze, sottoposte a determinati limiti massimi entro i quali possono essere prodotte.
  Il procedimento amministrativo di caratterizzazione e bonifica del sito, a seguito degli enti competenti per territorio, in cui ha sede legale l'azienda Miteni, ovvero nell'ambito della provincia di Vicenza...
  Con riferimento al quadro ambientale relativo all'inquinamento del sito industriale ove insiste l'impianto della Miteni Spa, a marzo 2017 il NOE, con l'ausilio dei tecnici dell'Arpav, ha iniziato una serie di attività investigative e ispettive nei confronti dello stabilimento.
  Alla luce delle considerazioni esposte nella relazione del comando Carabinieri nucleo operativo ecologico di Treviso e, in particolare, tenuto conto della notevole estensione e della gravità dell'inquinamento riscontrato («la sorgente dell'inquinamento non è stata ancora rimossa ed è a contatto o quasi con Pag. 12la falda»), del fatto che il protrarsi della contaminazione potrebbe comportare gravi rischi per la salute umana, oltre all'aggravamento del danno ambientale, alla non totale efficacia della barriera idraulica presente presso lo stabilimento, si prevede un maggior coinvolgimento di tutti i soggetti istituzionali interessati.
  Nello specifico, si prevede la possibilità per la regione Veneto di autorizzare l'applicazione a scala pilota di tecnologie di bonifica innovative e di valutare l'opportunità di emanare un apposito provvedimento finalizzato a ricondurre il procedimento amministrativo di bonifica a un ente amministrativo, sovraordinato rispetto all'attuale comune e dotato di adeguate capacità tecniche, come la stessa regione del Veneto. Si prevede altresì un approfondimento dei monitoraggi ambientali da parte di Arpav e un maggior coinvolgimento di Ispra su tali tematiche. Questa è la descrizione della situazione da parte del NOE e le relative risultanze della loro ispezione.
  Si segnala inoltre che i militari del NOE di Treviso, in collaborazione con il NOE di Milano e con il personale della sezione di polizia giudiziaria dei Carabinieri di Vicenza, nel corso di una complessa attività info-investigativa coordinata dalla procura della Repubblica di Vicenza, l'8 marzo scorso, hanno proceduto ad alcune perquisizioni nelle sedi della ditta in questione e deferito nove dirigenti, cui sono stati contestati i reati di adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari e di inquinamento ambientale nonché la violazione della normativa in materia di responsabilità amministrativa delle persone giuridiche.
  L'amministrazione provinciale di Vicenza ha comunicato altresì di aver attivato, il 18 gennaio 2017, il procedimento di riesame dell'autorizzazione integrata ambientale della Miteni. Pag. 13
  Per quanto concerne la messa in sicurezza del sito, l'Arpav ha evidenziato che il monitoraggio delle concentrazioni al punto di conformità realizzato a sud dello stabilimento ha reso necessaria la richiesta da parte degli enti di ulteriori attività di miglioramento delle barriere presenti.
  Quanto richiesto è stato realizzato nel 2017 mediante attivazione di tre nuovi pozzi in prossimità del torrente Poscola, tre nuovi pozzi profondi, fino a intercettare il substrato fratturato nel lato sud dello stabilimento, e l'ulteriore approfondimento di un pozzo nella parte centrale dello stabilimento. Sono state inoltre realizzate ulteriori verifiche di tipo idrogeologico per valutare le caratteristiche dell'acquifero.
  Complessivamente, fino a marzo 2017 sono stati estratti dalle due barriere presenti 26 chilogrammi di PFOA, 6 chilogrammi di PFOS e 20 chilogrammi di altri PFAS, per un totale di 52 chilogrammi. Le acque emunte dalla barriera in parte vengono trattate con un sistema di filtri a carbone, in parte inviate all'impianto di depurazione interno alla ditta. Il monitoraggio dell'efficacia della barriera viene verificato da Arpav tramite il controllo analitico di tre piezometri di valle.
  Come detto, il fenomeno dell'inquinamento dei PFAS ha assunto nel tempo una valenza interprovinciale.
  Per quanto riguarda il territorio veronese interessato dalla contaminazione dei PFAS, tali sostanze attraverso gli scarichi della Miteni nel depuratore di Trissino vengono poi immesse nel condotto consortile dell'Arica, dove confluiscono anche gli scarichi di altri depuratori della zona, sfociando nel fiume Fratta, nel territorio di Cologna Veneta. Sfociando nel fiume Fratta, queste sostanze, grazie agli apparati idrici del canale LEB, subiscono altre diluizioni, venendo disperse nel reticolo irriguo, che serve le aree coltivate di quella zona, con il rischio della Pag. 14loro conseguente penetrazione nelle piante, negli animali, e quindi nella catena alimentare.
  Per l'ambito veronese, gli enti pubblici competenti stanno procedendo ai fini della tutela della salute dei cittadini e dell'integrità dell'ambiente ad attenti e costanti monitoraggi dell'area in adesione a un programma di carattere regionale. Tutti i comuni interessati hanno emesso ordinanze adeguate al proprio contesto. La maggior parte ha obbligato i privati a dichiarare l'esistenza dei pozzi e a effettuare delle analisi, disponendo in alcuni casi il divieto di utilizzo per uso potabile dell'acqua prelevata dai pozzi privati.
  La provincia di Verona ha reso noto di aver accertato superamenti di concentrazioni di PFOA nel comune di Soave, area di servizio scaligera nord, riconducibili a Eni Spa nel 2014. La predetta contaminazione non risulta collegata né a quella di natura idrocarburica né a quella dei PFAS ascritta alla ditta Miteni, ma sembra derivare da una sorgente posta all'interno dell'area di servizio ed essere sostanzialmente confinata alla stessa e ai terreni limitrofi.
  L'intervento di bonifica per la rimozione dei contaminanti idrocarburici attuato da Eni è pressoché giunto a conclusione, mentre permane la problematica ambientale legata alla presenza di PFAS e BTF – il BTF era il contaminante per un'azienda che c'era prima degli anni Ottanta, se mi è stata descritta la storia giusta – come attestano le più recenti analisi delle acque sotterranee fatte pervenire dall'Arpav di Verona.
  Il superamento delle CSC per il PFOA era stato registrato nel 2016 anche nel comune di Pescantina, ma con successive analisi, nel marzo e nel giugno 2017, il superamento non è stato confermato. Per entrambi i casi, il settore ambiente della provincia di Verona ha avviato procedimenti per l'individuazione Pag. 15 del responsabile della contaminazione, che sono tuttora in corso.
  Risulta inoltre accertata da Arpav la presenza dei PFAS anche in concentrazioni sensibili nel percolato di numerose discariche per rifiuti non pericolosi presenti sul territorio provinciale, senza però un corrispondente riscontro nelle acque sotterranee prelevate dalle relative reti di monitoraggio.
  Per quanto concerne la provincia di Rovigo, l'Arpav ha rappresentato che la contaminazione unica riscontrata in questa provincia, già evidenziata in uno studio del CNR del 2013, riguarda alcune stazioni sul fiume Po ed è riconducibile a fonti di pressione situate a monte dell'ingresso del Po nel Veneto.
  Per tale provincia, l'azienda sanitaria polesana ha fatto presente che, a far data dal 2016 a oggi, sono stati eseguiti in totale 224 campionamenti per la ricerca di PFAS, comprensivi di prelievi effettuati presso insediamenti del settore alimentare che utilizzano acqua proveniente da approvvigionamento autonomo e da dopo-trattamento di potabilizzazione.
  I rapporti di prova della sezione laboratori Arpav relativi ai prelievi effettuati dal 2016 a oggi da personale dell'azienda medesima sull'acqua destinata al consumo umano presso le nuove centrali di potabilizzazione e dai punti significativi delle reti di distribuzione non hanno evidenziato superamenti dei valori di performance fissati dall'Istituto superiore di sanità. Tutti i valori riscontrati risultano inferiori anche ai recenti limiti restrittivi stabiliti dalla regione Veneto.
  Sempre secondo quanto riferito dall'azienda sanitaria polesana, mentre l'acqua destinata al consumo umano proveniente da centrali di potabilizzazione che derivano acqua dal fiume Adige ha evidenziato valori di PFAS al di sotto del limite di rivelabilità dello strumento, l'acqua proveniente da centrali che derivano acqua dal fiume Po o da pozzi artesiani golenali ha Pag. 16evidenziato la presenza di PFAS, ma non il superamento dei livelli di performance fissati dall'Istituto superiore di sanità e dalla regione Veneto.
  Per quanto concerne il danno ambientale, a seguito di richiesta da parte del consiglio di bacino Bacchiglione di dieci comuni interessati dalla contaminazione, si è avviata la relativa procedura. Il Ministero dell'ambiente ha subito attivato l'Ispra per l'attività tecnica di competenza e ha richiesto agli enti locali interessati dalla contaminazione di trasmettere le notizie aggiornate in merito alle eventuali iniziative intraprese a seguito dell'emanazione del decreto ministeriale del 6 luglio 2016, che fissa valori soglia da considerare per la classificazione dello stato chimico delle acque sotterranee.
  Quest'amministrazione, in conclusione, si è dunque adoperata con tutte le azioni possibili (dalle novità normative alle risorse economiche, al pieno coinvolgimento delle sue strutture) nel fornire conoscenze e competenze. Continuerà a farlo con la stessa intensità di fronte a un problema che le comunità locali vivono con comprensibile preoccupazione.
  PRESIDENTE. La ringraziamo, signor ministro. Do ora la parola agli onorevoli colleghi che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.
  ALBERTO ZOLEZZI. Ringrazio il ministro per la relazione. Chiederò anche a lei la stessa cosa che ho chiesto nelle precedenti audizioni riguardanti l'argomento, ma rappresentando lei il ministero, gliela chiederò in maniera un po’ più incisiva.
  Abbiamo un'attività produttiva comunque considerata da tutti la principale responsabile di quest'inquinamento. Abbiamo sostanze sulla cui tossicità concordano i vari enti scientifici. Abbiamo studi esteri (Stati Uniti e Germania) di circa dieci anni fa che confermano questi dati con popolazioni già esposte. Pag. 17
  Concordando sulle competenze concorrenti tra Stato e regioni, tenere aperta in questo momento la linea produttiva dei PFAS presso la Miteni credo che sia un punto su cui il ministero potrebbe fare una riflessione nel merito delle sue competenze. Anche questa caratterizzazione sta procedendo molto lentamente anche per la presenza di tutti i vari capannoni e le varie attività, tutte in funzione. In realtà, è uno stabilimento – l'abbiamo ispezionato – con una diversificazione produttiva, per cui non credo che fallirebbero chiudendo temporaneamente quest'attività nell'attesa di capire come andare avanti.
  Le pongo solo questa questione.
  LAURA PUPPATO. Grazie, ministro, per essere qui oggi a rispondere a una serie di dubbi e perplessità che dobbiamo trasferirle, anche se non sono perplessità e dubbi nostri.
  Mi permetto, in tal senso, di richiamare un articolo apparso proprio sabato di ennesima accusa da parte dell'assessore regionale a lei noto – vedo che sorride, anche a me è noto – perché abitualmente riesce a parlare una lingua che ci è di difficile comprensione. Eppure, le assicuro che, pur essendo veneta, sono piuttosto esperta in italiano, quindi teoricamente dovremmo riuscire a capirci.
  Il nostro Bottacin dice che, per fare l'appalto, servono i soldi, i famosi 80 milioni che il Governo promette. Siccome nel loro caso intendono procedere per i nuovi acquedotti con un appalto integrato, quindi affidando in un'unica gara un progetto definitivo e la realizzazione delle opere, ciò consentirebbe, secondo Bottacin, tempi e costi minori, ma questo è impedito – dice Bottacin – in relazione al fatto che il ministero chiede il progetto definitivo.
  Ora, la nostra opinione è che basti e avanzi il fatto che ci sia un DPCM a iscrivere a bilancio della regione del Veneto, o di Veneto Acque, che parrebbe l'ente delegato alla progettazione, Pag. 18gli importi, resi peraltro immediatamente disponibili dal Governo ancora lo scorso anno.
  Sul trasferimento fisico del denaro si fa molta confusione, e per la gente è importante capire che c'è una diversità tra l'azione amministrativa e il fatto fisico del trasferimento di questo denaro. Ora, chi ha svolto funzioni pubbliche o chi si è occupato di amministrazione, sa bene che quel trasferimento fisico avviene in un secondo momento, ma è sufficiente per l'appunto il decreto per iscrivere a bilancio della regione Veneto gli importi che si rendono disponibili per l'immediata attivazione.
  Ora, io le chiedo esattamente questo: a sua informazione, a sua conoscenza, nel caso il Veneto insista con questa modalità dell'appalto «integrato», quindi su progetto preventivo e avvio del definitivo a carico dell'appaltante, le sembra verosimile, le sembra possibile che questa sia una motivazione sufficiente per continuare a ribadire che non si può procedere perché manca il denaro?
  Seconda richiesta: lei ha notizie di una richiesta pervenuta al vostro ministero da parte della regione Veneto per un eventuale stato di emergenza?
  È stato detto anche questo da parte del presidente Zaia, e vorrei capire se a voi sia pervenuta una qualsiasi richiesta in tal senso e, eventualmente, quale sia la vostra riflessione in ordine a questa richiesta.
  LUIS ALBERTO ORELLANA. Ringrazio il ministro per la relazione, che mi riprometto di leggere nella sua completezza. Faccio subito due semplici domande.
  All'inizio ha parlato del monitoraggio fatto da varie regioni. Da quanto sono riuscito a cogliere velocemente, non sono tutte le regioni. Per le altre regioni, che cosa sta facendo il ministero per chiedere il monitoraggio, quali azioni positive? I monitoraggi Pag. 19 già in corso, tra cui quello nella mia regione, stanno dando risultati rassicuranti? Quali prime indicazioni si possono avere?
  Infine, ultima domanda: è previsto qualcosa dalla ricerca scientifica per quanto riguarda proprio le sostanze perfluoroalchiliche? Ne abbiamo sentite anche noi tante in queste audizioni sulla lunghezza o meno della catena, la maggiore o minore eventuale pericolosità, ma su questo credo che ancora si possa e si debba continuare a studiare e a indagare.
  PRESIDENTE. Ho una domanda da fare, ma su una questione affrontata in segreta. Sono quasi sicuro che ci abbia dato delle informazioni in segreta.
  Le cedo la parola in caso avesse bisogno, lei o i suoi collaboratori, di fare ulteriori precisazioni.
  GIAN LUCA GALLETTI, Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. Per quanto riguarda la domanda dell'onorevole Zolezzi, di cui capisco anche il fine e come si inquadri nella storia che abbiamo raccontato in questa Commissione, ho più volte ricordato anche nella relazione che l'autorizzazione integrata ambientale, l'AIA, è di competenza regionale, non statale. L'unico ente che può in questo momento non concedere l'autorizzazione è la regione.
  Io non ho strumenti per revocare un'autorizzazione concessa dalla regione, che ha le competenze per autorizzare quell'impianto. Ce l'ha la procura della Repubblica, da una parte, e l'ente che concede l'autorizzazione, dall'altra. Io non posso che essere uno spettatore terzo, in questo caso. Come, però, ho ricordato, la regione ha sottoposto a nuova valutazione l'autorizzazione di impatto ambientale. Vedremo la conclusione di quello che è un procedimento amministrativo.
  Sugli 80 milioni, più chiaramente di così, senatrice Puppato, non so che cosa dire ormai. Gli 80 milioni ci sono, sono lì, la Pag. 20regione vuole utilizzarli e li utilizzerà come meglio crede. Dovrà definire una quota regionale di contribuzione al progetto, sceglierà l'appalto integrato, non lo farà...
  LAURA PUPPATO. Le risulta che ci sia questa quota di contribuzione? Probabilmente, no.
  GIAN LUCA GALLETTI, Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. Noi non la conosciamo.
  LAURA PUPPATO. Non vi è mai stata data informazione?
  GIAN LUCA GALLETTI, Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. Come ho ricordato adesso, stiamo aspettando la determinazione della quota regionale e uno studio di fattibilità, che comunque dovrà essere condiviso con il ministero. Anche lo studio di fattibilità dovrà comunque essere condiviso con noi, anche se non sarà definitivo. Lo dico per buonsenso. Se abbiamo lavorato insieme e abbiamo visto che ad avere gli strumenti scientifici siamo soprattutto noi a Roma con Ispra, allora, per vedere se quello è un progetto valido o meno e coglie l'obiettivo che ci vogliamo dare, lo esaminiamo insieme. Siamo in questa fase.
  Per quanto riguarda – mi dispiace dover rispondere, perché dovremmo saperlo tutti – la finanziabilità dell'opera, c'è uno stanziamento di bilancio iniziale «di competenza»; poi, per quello che riguarda la cassa, cioè il pagamento dell'opera che va avanti, come avviene in tutte le amministrazioni, dai comuni fino all'amministrazione centrale, si paga a stato avanzamento lavori. A mano a mano, quindi, che il progetto andrà avanti, pagheremo tramite questo stanziamento del fondone di 80 milioni l'azienda che porta avanti i lavori. Li daremo alla regione, che a sua volta pagherà la società che si aggiudicherà la gara. Stiamo parlando, però, dell'abc della contabilità. Pag. 21
  Per quanto riguarda la dichiarazione di stato di emergenza, a noi non risulta, ma faremo un'ulteriore verifica per vedere se è arrivata in queste ore o in questi giorni. A me in questo momento non risulta l'arrivo di una richiesta di dichiarazione di stato di emergenza. Oltretutto, sinceramente non riesco a inquadrare bene.
  C'è da dire, però, senatrice, che la dichiarazione di stato di emergenza probabilmente non arriva al mio ministero, ma alla Protezione civile, quindi alla Presidenza del Consiglio. Noi non dichiariamo lo stato di emergenza. Lo stato di emergenza è dichiarato dal Consiglio dei ministri su proposta della Protezione civile. Può essere che sia stato fatto in altre sedi e non direttamente al ministero.
  LAURA PUPPATO. Lo verificheremo. Per il momento, non abbiamo informazioni neanche noi.
  GIAN LUCA GALLETTI, Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. Farò avere la risposta al senatore Orellana circa i riscontri che abbiamo avuto nelle regioni in cui abbiamo portato avanti i monitoraggi del PFAS.
  Se lì avessi messo tutto, avrei letto fino a domani mattina.
  PRESIDENTE. Dispongo la disattivazione dell'impianto audio video.
(La Commissione prosegue in seduta segreta indi riprendono in seduta pubblica).
  PRESIDENTE. Ringrazio il ministro e dichiaro conclusa l'audizione.
  La seduta termina alle 14.50.

Plasmaferesi e PFAS: procedura rischiosa, forse inutile. Lo dice anche il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità

Plasmaferesi e PFAS: procedura rischiosa, forse inutile. Lo dice anche il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità

La Giunta Regionale del Veneto con la deliberazione n.851 del 13 giugno 2017 [1]  dal  titolo  Approvazione II livello del "Protocollo di screening della popolazione veneta esposta a sostanze perfluoroalchiliche" e del "Trattamento di Soggetti Con Alte Concentrazioni di PFAS”  pubblicata sul BUR del 14 luglio 2017 " ha stabilito i criteri in base ai quali selezionare i soggetti  cui proporre su base volontaria al trattamento aferetico per la “riduzione” della concentrazione dei PFAS dal sangue.
aferesi
aferesi (immagine da Internet)
Aferesi è un termine che significa portare via, togliere. In questo caso si tratta di togliere il plasma e cioè la parte liquida del sangue nel quale sono dispersi sali, vitamine, farmaci, proteine (principalmente l’albumina, la proteina cui si legano i PFAS) e sostituirlo con una soluzione che rimpiazzi il volume tolto. L’aferesi del plasma può essere parziale, come avviene per esempio con i donatori di sangue nei quali si tolgono 500-600 cc di plasma ad ogni donazione oppure (quasi)totale e in questo caso la procedura si chiama scambio plasmatico o plasma exchange. Con lo scambio plasmatico si tolgono alcuni litri di plasma (dipende dal peso corporeo del soggetto) che viene subito sostituito con un analogo volume di soluzione contenente albumina. Lo scambio plasmatico è una procedura molto più invasiva (e rischiosa) riservata a soggetti con patologie gravi o gravissime, potenzialmente minacciose per la vita del paziente, per le quali non esistono alternative terapeutiche, o se ci sono, non hanno funzionato nel caso del paziente in oggetto. Oppure, come ne l caso dell’avvelenamento da Amanita Phalloides, o di morso di serpenti molto velenosi o, infine nel caso di sovraddosaggio accidentale o a scopo suicida con alcuni farmaci, si tratta di sostanze che  non vengono eliminate rapidamente dall’organismo e bisogna pertanto agire rapidamente per cercare di salvare il paziente.
Prima di continuare devo premettere che quelle che seguono sono considerazioni personali e non sono state condivise con nessuna delle persone e amici citati né, tantomeno, dagli organismi direttivi di ISDE.

Cos’è la plasmaferesi?

La plasmaferesi e lo scambio plasmatico, che d’ora in poi indicheremo con la sigla PE,  non sono mai stati applicati finora al mondo per la rimozione dei PFAS dal sangue. E anche quando è stata usata per pulire il sangue da altre molecole inquinanti, per esempio i policlorurobifenili (PCB) è stata rapidamente abbandonata perché inefficace. Pertanto le procedure di “pulizia del sangue” se applicate ai pfas devono essere considerate totalmente sperimentali, per le quali non esistono prove di efficacia o di inefficacia non essendoci nemmeno uno studio pubblicato al mondo. E se qualcuno affermasse che i soggetti che hanno accettato il trattamento proposto dalla regione Veneto sono delle cavie [2] avrebbe probabilmente  ragione.
Perché i funzionari regionali hanno proposto la plasmaferesi al popolo contaminato da PFAS?
In via del tutto teorica, la plasmaferesi potrebbe funzionare nel caso dei PFAS per abbassarne le concentrazioni nel sangue. A differenza di molte altre molecole inquinanti che ci troviamo nel sangue, per esempio diossina DDT, PCB che si legano principalmente ai grassi del corpo (e da li non li smuove niente o nessuno), i PFAS si legano essenzialmente all’albumina e, di meno, ad altre proteine del sangue. Quindi, si può ragionare, se si toglie l’albumina si tirano via anche i PFAS che a essa son legati, e se ne abbassano la concentrazione ematica. E ripetendo periodicamente la procedura, alla fine si spera di aver eliminato i PFAS dal sangue. Ipotesi valida, ma che purtroppo rimane solo un’ipotesi da verificare. E in Veneto la stanno verificando sui cittadini che hanno accettato più o meno consapevolmente di “fare da cavia”.

I dubbi a proposito dell’efficacia della plasmaferesi applicata ai PFAS sono molti.

Innanzitutto non sappiamo cosa succede ai pfas depositati nei tessuti (fegato, reni, cervello, polmoni, muscoli, ossa ecc) dove provocano infiammazione cronica e danni. La speranza è che, una volta ridotti i livelli nel sangue con la PE, i pfas depositati negli organi si stacchino e tornino nel sangue, si leghino quindi all’albumina, e anche se i loro livelli tornano ad aumentare, ripetendo la PE (per quante volte nessuno lo sa) alla fine i PFAS dovrebbero essere rimossi anche dai tessuti. Il concetto a priori è valido, ripeto. Peccato che nessuno abbia finora dimostrato che sia valido anche nella pratica clinica, perché nonsappiamo se e a che velocità avvenga il passaggio dei PFAS dai tessuti nel sangue.

Quale avrebbe dovuto  essere la procedura da seguire per usare la plasmaferesi nei contaminati da PFAS?

Come per tutte le terapie sperimentali che ogni medico o istituzione ritiene di dover proporre ai propri pazienti, è necessario seguire delle procedure ben precise, proprio a tutela della salute dei volontari che accetteranno di sottoporsi al trattamento ed evitare che incappino nelle braccia di ciarlatani pronti a speculare sulla loro pelle per brama di notorietà o interessi economici.
In breve, nel caso voglia proporre un trattamento sperimentale, il medico (meglio se sono più medici o ricercatori) deve presentare un protocollo ben preciso al comitato etico dell’istituto al quale appartiene e/o al comitato etico provinciale. Il protocollo deve essere il più preciso possibile e indicare nei minimi dettagli le modalità di svolgimento della sperimentazione e le sue regole; si devono allegare lavori scientifici che dimostrino che i farmaci o la procedura da sperimentare siano già stati utilizzati, per la problematica di interesse o in casi simili)  in qualche parte del mondo; se non esiste letteratura scientifica, come nel nostro caso,  si devono allegare tutti i lavori sperimentali o qualsiasi altra documentazione che possa sostenere l’ipotesi di partenza. Inoltre bisogna specificare che si vuole intervenire su patologie gravi, per le quali non esistono altre terapie o, se esistono, hanno fallito o non  son applicabili ai casi in oggetto.
È evidente a tutti che il caso dei pfas non rientri in nessuna di queste categorie. Nel loro caso si tratta di un’intossicazione cronica e non acuta o fulminante come nel caso degli avvelenamenti; le molecole si accumulano nei tessuti, da dove son probabilmente di difficile mobilizzazione; i soggetti ai quali viene proposta la PE sono in maggioranza giovani, spesso minorenni, e asintomatici, privi cioè di disturbi o anomalie dei parametri di  laboratorio diversi dai PFAS. Molti di loro non svilupperanno probabilmente mai patologie gravi o minacciose per la loro vita, anche nel caso si ritrovassero con valori altissimi di PFAS.
Se io, medico del SSN, mi alzassi domani e iniziassi a sottoporre  a carico della sanità pubblica centinaia di persone ad  uno qualsiasi degli altri trattamenti, farmacologici o di altro tipo, proposti per la riduzione della concentrazione ematica dei pfas,  verrei sicuramente tacciato di sperpero delle risorse pubbliche, di condotta anti-scientifica, di voler speculare sulla credulità e le paure della gente  e verrei chiamato subito al rimborso dell’aggravio di spese causato al SSN. Inoltre sarei passibile di provvedimenti disciplinari da parte di vari enti ed istituzioni. Diversamente potrebbe andare la cosa qualora invece rispettassi la prassi e avessi ottenuto l’approvazione da parte dei comitati etici.
Solitamente, poi, prima di proporre una procedura o un farmaco sperimentale si effettua uno studio preliminare o “pilota” su un piccolo campione di persone e soltanto, dopo, si passa all’applicazione su larga scala. In numerosi incontri pubblici e interviste era stato in precedenza dichiarato da noti funzionari della regione, che sarebbe stato compiuto uno studio preliminare per valutare l’efficacia della plasmaferesi applicata ai PFAS. Non mi risulta finora che tale studio sia stato effettuato né che sia stata chiesta l’approvazione a qualche comitato etico.

Alcuni aspetti pratici del piano di trattamento con plasmaferesi dei PFAS suscitano numerose perplessità.

Per esempio la scelta dei livelli soglia di PFAS al disopra dei quali sarà consigliata la plasmaferesi. Questi livelli sono a mio parere del tutto arbitrari, privi di razionale scientifico e di riferimenti bibliografici. In altre parole, secondo quanto stabilito dai proponenti il protocollo, un adolescente completamente asintomatico con 100,8 ng/di PFOA (caso reale) è considerato come affetto da una patologia talmente grave e minacciosa per la sua vita da essere avviato a PE. Un altro ragazzo, anch'esso asintomatico ma con 99,9 ng/mL di PFOA è al contrario considerato sano e non meritevole di essere avviato ad analogo trattamento. E bisogna ricordare che anche nel miglior laboratorio del mondo il dosaggio dei PFAS nel sangue è soggetto, come per ogni altro paramento di laboratorio, ad una variabilità che, nel loro caso ,è del 20% circa. Ciò significa che il soggetto con 100 ng/grammo di sangue potrebbe averne in realtà 80 (e non dovrebbe fare la plasmaferesi) oppure 120. Al contrario il soggetto di cui sopra con 99 potrebbe in realtà averne circa 118  e pertanto dovrebbe fare la PE ed invece è stato escluso) o circa 80 ng/g.

Oscuri sono anche i livelli di PFOA che si desidera raggiungere con la plasmaferesi perché ritenuti sicuri.

A tal proposito ricordo che una commissione di esperti tedeschi nel settembre 2016 ha concluso  che i livelli plasmatici che PROBABILMENTE non sono associati con esiti sanitari avversi sono di 2 (due) ng/ml per il PFOA e di 5 (cinque) ng/ml per il PFOS [3]. Qualche anno prima il gruppo del Professor Philippe Grandjean aveva sostenuto, in base a studi sperimentali su animali di laboratorio e su studi epidemiologici su bambini del Nord Europa che, per prevenire la comparsa di significative disfunzioni del sistema immunitario, sia necessario ridurne la concentrazione massima nel siero a 0,1 ng/millilitro, corrispondente a concentrazioni nell’acqua potabile massime di 1 (uno) nanogrammo/millilitro [4]. L'obiettivo del "trattamento di soggetti con alte concentrazioni di PFAS", come riportato nell'allegato B della suddetta deliberazione è di "…ridurre la concentrazione delle sostanza PFAS e nello specifico del PFOA composto a catena lunga con caratteristiche di bioaccumulo nell'organismo…" pur non essendo  "… chiaro se alti livelli di PFAS siano correlati ad una maggiore probabilità di incorrere nell'insorgenza di patologie croniche”. Dai dati della letteratura appena citati, si comprenderà che,  qualora si volesse prevenire il rischio dell'insorgenza di una o  delle patologie segnalate nello stesso allegato B alla DGR 851/2017, si dovrebbe consigliare la plasmaferesi a tutta la popolazione veneta, compreso chi scrive, i componenti della Giunta Regionale e   il 99% dei lettori di questa lettera. Infatti, non sono stati individuati nel corso del biomonitoraggio esplorativo su un campione rappresentativo di oltre 600 cittadini veneti [5], individui con meno di 0,32 ng/ml di PFOA, nemmeno  in quelli residenti nelle zone non “contaminate” e considerati “non esposti”.
Del resto nemmeno la Giunta Regionale, e verosimilmente nemmeno i tecnici che hanno fornito assistenza nella stesura della DGR, hanno chiari gli obiettivi dello studio se si arriva a dichiarare  che [1]  “…il percorso andrà esaminato secondo l'andamento dei livelli di PFOA per decidere eventuali modifiche allo schema previsto, essendo necessario valutare la risposta dei soggetti, quindi non è a priori definibile il numero complessivo di procedure/paziente.”Affermazioni così vaghe sono tipiche di quegli studi sperimentali nei quali una procedura o un trattamento sono applicati per la prima volta.
In conclusione, io ritengo che sia stata una grave scorrettezza iniziare un trattamento siffatto senza prima sottoporre il piano ad uno o più comitati etici.
A quanto pare anche il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Walter Ricciardi, medico, ha le nostre stesse perplessità, se è vero che nel corso dell’audizione in Parlamento lo scorso 14 novembre avrebbe dichiarato  che la plasmaferesi “…è un intervento invasivo per rimuovere sostanze tossiche dall’organismo. Al momento non ha evidenze scientifiche e riteniamo che sottoporre delle persone a tale trattamento esponga anche a rischi medico-legali». Al momento in cui scrivo non è disponibile il resoconto stenografico dell’audizione che attendo con vivo interesse di poter leggere.
Ora mi aspetto,  però, che il presidente dell’ISS, che, ricordiamo, è il braccio tecnico-scientifico del Ministero della Salute,  e il ministro Lorenzin intervengano  immediatamente per far cessare questo scempio scientifico-sanitario e l’inappropriato utilizzo di risorse pubbliche. Forse ci sono anche gli estremi perché intervenga anche la magistratura per prevenire “i rischi medico-legali” non meglio precisati. Chi volesse approfondire i vari aspetti della plasmaferesi può scaricare  da quiApre in una nuova finestra l’ottima presentazione dell’amico Francesco Bertola, tenuta al recente convegno organizzato il 28 ottobre u.s. a Lonigo dagli Ordini dei Medici di VI e VR, con il quale abbiamo condiviso dubbi e perplessità sulla plasmaferesi applicata ai PFAS. E questo è avvenuto ben prima che si svegliasse l’ISS che, ancora una volta, su questa grave problematica segue a ruota.
Riferimenti bibliografici

1.         Regione Veneto. Approvazione II livello del “Protocollo di screening della popolazione veneta esposta a sostanze perfluoroalchiliche” e del “Trattamento di Soggetti Con Alte Concentrazioni di PFAS”. [Internet]. 2017 [cited 2017 Aug 29]. Available from: https://bur.regione.veneto.it/BurvServices/pubblica/DettaglioDgr.aspx?id=347690Apre in una nuova finestra
2.         Tosatto F. Il capo della sanità: «Contaminato anche io» - Regione [Internet]. Il Mattino di Padova. 2016 [cited 2017 Aug 14]. Available from: http://mattinopadova.gelocal.it/regione/2016/04/26/news/il-capo-della-sanita-contaminato-anche-io-1.13366911Apre in una nuova finestra
3.         HBM I values for Perfluorooctanoic acid (PFOA) und Perfluorooctanesulfonic acid (PFOS) in blood plasma. Bundesgesundheitsblatt - Gesundheitsforschung - Gesundheitsschutz. 2016; 59: 1364–1364.
4.         Grandjean P, Budtz-Jørgensen E. Immunotoxicity of perfluorinated alkylates: calculation of benchmark doses based on serum concentrations in children. Environ Health. 2013; 12: 35.
5.         ISS. Risultati della determinazione della concentrazione di PFAS nel siero di  operatori e residenti in aziende agricole e zootecniche [Internet]. 2017 [cited 2017 Aug 19]. Available from: http://repository.regione.veneto.it/public/aa10defa1e4111ce4a30f4c4eed6b564.php?lang=it&dl=trueApre in una nuova finestra